C’è una frase che circola ovunque nel mondo delle startup.
La trovi sui siti, nelle brochure, nei pitch degli acceleratori:
“Ti portiamo dall’idea al mercato in soli 6 mesi.”
Bella frase. Quel “ti” fa immediatamente pensare che basti affidarsi, aspettare e raccogliere i frutti. Qualcuno farà tutto il lavoro difficile. Tu ti presenterai all’arrivo, pronto a fatturare.
Poi la realtà arriva, e arriva sempre.
Il progetto comincia a fare acqua. Il fund raising si rivela molto più complicato del previsto. I clienti non si materializzano. E quel consulente che ti aveva promesso un percorso in discesa è già passato al prossimo cliente entusiasta.
Cosa è successo?
È successo che chi avrebbe dovuto rallentarti ti ha fatto correre. È come imparare a guidare su una Formula Uno invece che su un’utilitaria. Tecnicamente stai guidando. Ma il primo ostacolo ti manda fuori strada.
Il problema non è lo startupper. È l’ecosistema che gli mente.
Intendiamoci: non voglio fare una guerra al sistema. Ci sono ottimi consulenti, acceleratori seri, professionisti che fanno un lavoro straordinario nell’accompagnare le startup nelle fasi iniziali.
Ma c’è anche un’altra categoria: quella di chi costruisce il proprio business sull’entusiasmo del founder, non sui risultati del founder.
E lo startupper, spesso, è il primo a voler essere sedotto. Vuole sentirsi dire che l’idea è fantastica, che il mercato lo aspetta, che tra sei mesi cambierà tutto. Non vuole sentirsi dire che c’è del lavoro da fare prima ancora di parlare al mercato.
Risultato: quando un consulente onesto fa notare che ci sono dei passaggi obbligatori da completare prima di presentarsi agli investitori, l’entusiasmo iniziale si spegne di colpo. La reazione più comune è: “Questo non capisce nulla. Vado da qualcun altro.”
E qualcun altro, spesso, c’è sempre. Pronto a dire quello che si vuole sentire.
Fare startup è un lavoro. Non una scommessa gestita da altri.
C’è un equivoco di fondo che alimenta tutto questo, ed è necessario smontarlo.
Fare startup non è affidare un progetto a qualcuno che lo sviluppa per te. È un impegno totale che richiede tempo, energia, risorse proprie e una soglia di tolleranza alla frustrazione che poche persone si aspettano davvero.
Per citare Winston Churchill con la sua brutale precisione: servono “sangue, fatica, lacrime e sudore”.
Nessun consulente, nessun acceleratore, nessun programma da sei mesi può sostituire quella componente. Chi ti dice il contrario ti sta vendendo qualcosa.
Il ruolo corretto di un consulente è quello di accompagnarti — non di sostituirti. Di indicarti dove si trovano le mine, non di disinnescarle tutte al posto tuo. Di farti le domande difficili, non di convalidare le risposte che hai già in testa.
A volte significa rallentare. Spesso, significa deludere aspettative irrealistiche.
È il lavoro più utile che qualcuno possa fare per una startup nelle sue fasi iniziali.
Le quattro aree su cui lavorare prima di affacciarsi al mercato
Se stai costruendo una startup — o stai pensando di farlo — ci sono quattro aree che devono essere presidiate prima di parlare di fund raising, di pitch, di investitori. Prima di qualsiasi cosa, in realtà.
1. Il mindset
Non si parla abbastanza di questo. Le aziende sono il riflesso delle persone che le costruiscono, non dei loro prodotti o servizi.
Uno startupper che funziona è qualcuno che mette in preventivo di cadere e rialzarsi mille volte. Che considera le sconfitte una componente strutturale del percorso, non un’anomalia da evitare. Che naviga nella tempesta senza cercare acque calme, perché sa che le acque calme non portano da nessuna parte.
Prima di fare qualsiasi altra cosa, fatti questa domanda: sei davvero quella persona? O stai cercando sicurezze in un contesto che, per definizione, non ne offre nessuna?
2. Il team
Il team non sono necessariamente i founder. Sono le persone che hanno le competenze che il progetto richiede per funzionare.
Un team fatto da quattro sviluppatori non funziona. Un one-man show non funziona. Un gruppo di amici entusiasti senza competenze complementari non funziona.
La domanda giusta non è “chi conosco?” ma “di quali funzioni ho bisogno da qui al lancio?” Marketing, sviluppo prodotto, finanza, competenza specifica sul mercato target, crescita commerciale. Chi copre ciascuna di queste aree? Se la risposta è “nessuno” o “ci penso dopo”, stai costruendo su fondamenta instabili.
3. La validazione
È l’area più sottovalutata in assoluto. Ed è quella che determina quasi tutto quello che viene dopo.
Il punto centrale è uno: sei convinto che il tuo prodotto sia la risposta giusta. Ma hai verificato che esista la domanda?
Perché ci sono modi di pensare alla validazione che sembrano razionali e non lo sono (esempi di ciò che sentiamo tutti i giorni…):
- “Basta che prenda l’1% del mercato.” E chi te lo garantisce?
- “Mi bastano 1.000 clienti”. E come farai a procurateli e soprattutto come farai a farti conoscere?
- “Il mio prodotto è migliore di quello del leader di mercato.” Il mercato si conquista risolvendo problemi reali, non costruendo prodotti migliori in astratto.
- “Userò il passaparola.” Questo non è un piano.
- “Farò il contrario di quello che fanno tutti”. Ops… non commento
Tutti questi approcci partono da un’analisi prodotto-centrica: siamo innamorati della nostra idea e non andiamo a chiedere al mercato cosa ne pensa realmente.
Il processo di validazione non è breve, non è lineare, non è comodo. Ma quando lo hai fatto, sai rispondere alle domande difficili con dati concreti: “Come faccio a sapere che il prodotto verrà accettato? Me lo ha detto il mercato. Ecco i risultati dell’indagine. Ecco i dati del test A/B. Ecco il costo di acquisizione cliente misurato nella campagna pilota.”
Quella è la differenza tra una startup che si presenta agli investitori e una startup che convince gli investitori.
4. La traction
Attenzione: traction non significa fatturato. Non significa bilancio in utile. Significa che, completati i passi precedenti, hai tutti gli elementi per presentarti al mercato con un set documentale solido e credibile.
Significa poter dire a un investitore, dati alla mano: “Se finanziate questo progetto, domani sono pronto a partire. Ecco cosa ho già verificato. Ecco le metriche. Ecco il modello.”
I pitch costruiti su questa base sono brevi, diretti e fanno scattare le domande giuste. Quelli costruiti sull’entusiasmo e sull’idea grezza generano, nella migliore delle ipotesi, un educato silenzio.
Il fund raising non è la priorità. È la conseguenza.
C’è un ultimo equivoco da smontare, forse il più diffuso di tutti.
Molti founder trattano il fund raising come se fosse l’obiettivo principale della fase iniziale. Come se raccogliere capitale fosse la prova che il progetto funziona.
Non lo è.
Il fund raising è la conseguenza di aver fatto bene tutto quello che viene prima. Se arriva, benissimo. Ma non può essere la strategia principale, e non può sostituire il lavoro di validazione, di costruzione del team, di sviluppo del prodotto minimo.
Un consulente serio te lo dice subito. Te lo dice anche quando non è quello che vuoi sentire. Te lo dice anche quando rischia di perdere il cliente.
Noi di Studio ICBA siamo quindi dei “rallentatori”? In un certo senso, qualche volta sì, ci succede. E ne siamo consapevoli.
Preferiamo parlare chiaro piuttosto che vendere fumo. Preferiamo fare le domande difficili ora piuttosto che raccogliere i pezzi dopo. Non diciamo mai a un cliente “che fantastica idea, spaccherete il mondo” — semplicemente perché sappiamo che un’idea, da sola, non si può valutare.
Se queste parole ti hanno spento l’entusiasmo, torna a leggere la parte sul mindset.
Se invece ti hanno dato ancora più carica, sei già sulla strada giusta.